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16 Gen

OTTAVIO IL PRESTIGIATORE

Gen 12, 2018

Ottavio aveva 60 anni. Non uno di più, non uno di meno. Era quasi vecchio. Si sentiva il peso del tempo. Ma l’età della pensione, coi tempi che correvano, era molto lontana. Forse lontanissima. Forse sarebbe morto prima e in pensione non ci sarebbe andato mai. Egli era uomo dedito a lavori umili. Aveva indossato per trent’anni i panni del muratore, poi era finito in fabbrica, alla catena di montaggio. Sembrava una occupazione più semplice o perlomeno non così faticosa e per certi aspetti era vero, ma per altri no. Il muratore faticava assai, ma poteva girare la testa e guardarsi intorno e scambiare due parole col prossimo suo.
L’operaio alla catena no. Lavorava stancandosi meno, ma non doveva mai perdere il ritmo, al punto che un tempo questo lavoro veniva chiamato alienante e prima ancora gli alienati erano considerati i pazzi. Perciò, la catena era un lavoro da pazzi. E lui l’aveva capito, tardi, sulla propria pelle. Ottavio aveva deciso di andare in fabbrica quando gli avevano spiegato che avrebbe sudato ben poco, si era lasciato convincere come un pivello e aveva varcato quella soglia da cui non sarebbe uscito più, fino al meritato riposo. La pensione. Talvolta ci pensava, ai prossimi e futuri giorni felici. Ma il governo aveva allungato i tempi e così per lui sessant’anni erano diventati un’età di mezzo, e il piacere di riposare si allontanava sempre di più. Allora si parlava di 67 anni, ma in sette anni chissà quante altre cose avrebbero potuto accadere.
Magari avrebbero allungato fino a settanta, per il piacere di chiudere il cerchio con la cifra tonda. Lui cominciava al mattino ad allineare i pezzi e seguiva il ritmo della macchina scansionata al secondo. Non poteva rilassarsi mai, perché se perdeva il ritmo lui, che era il primo della catena, mandava in tilt tutto il gruppone che lo seguiva appresso. A chi gli diceva che un giorno la classe operaia sarebbe andata in paradiso, Ottavio rispondeva con un sorriso mesto e affranto. La verità è che non ce la faceva più e così si consolava. Per fortuna era un uomo probo e il destino lo aveva fornito di un talento inconsueto, che però non gli aveva mai dato da vivere. Era un prestigiatore. Non un fuoriclasse, ma uno bravo a esibirsi alle feste di paese, agli eventi dedicati ai bambini. Faceva i suoi soliti giochi, che presentava con umiltà sperando che nessuno si accorgesse mai del trucco che, a ben guardare, non era poi tanto difficile da scoprire. Comunque, molto spesso Ottavio saliva le scalette dei palcoscenico degli oratori: il pubblico delle belle occasioni era quello del Natale e delle feste comandate. Il compenso non era granché, ma era buono ugualmente per qualche piccola spesa e per aiutare in famiglia. La moglie Annarita era disabile e stava seduta su una sedia a rotelle. Quella posizione l’aveva portata a ingrassare ed era diventata col tempo deforme. Ottavio non poteva permettersi una badante né aveva parentele capaci di aiutarlo. Neppure Annarita ne aveva e così rimaneva seduta dalla mattina alla sera. Era lui, quando tornava dalla fabbrica, a prepararle il pasto per il giorno dopo e a dedicarsi al figliolo, Galvano, nato con una sottile forma di malinconia che secondo qualcuno era una grave patologia psichiatrica. La verità era che il figliolo non era connesso per ragione di un parto finito male. Qualcuno a mezza voce diceva che la madre aveva avuto seri problemi nel momento decisivo, ma secondo altri bene informati il piccolo appena nato era caduto dalle mani di una infermiera battendo la testa sul pavimento e rimanendo così colpito al cervelletto. Come fossero andare per davvero le cose, lo sapevano solo in sala operatoria, ma l’ipotesi più probabile era la prima e cioè che la mamma avesse avuto problemi pesanti nel parto e solo così infatti si spiegava la successiva menomazione di Annarita, che ormai era fissa sul seggiolone molto ampio che le era stato passato dai servizi sociali. Il buon Galvano le rimaneva tutto il giorno a fianco: lei ansimava e si lamentava per la malasorte, lui la guardava senza alcuna espressione attiva. Era una famiglia allo sbando e anche il Comune faceva ciò che poteva. Ottavio lavorava tutto il giorno e non aveva tempo per accudire i suoi. Non poteva fare altro che mettere in fila i suoi piccoli pezzi come un robot e farli muovere in giù, lungo la catena di montaggio, con un colpo di piede bene assestato ogni quattro secondi l’uno dall’altro. Quando aveva un momento libero andava al bagno, ma i suoi secondi erano contati, lui era quasi contento così non doveva pensare a ciò che poteva succedere in quel preciso istante a casa.
Annarita e Galvano erano il suo mondo, insieme alla fabbrica. Amici non ne aveva, vivevano infatti in un quartiere dormitorio dove nessuno conosceva nessuno e dove, da ottobre fino a marzo, scendeva una nebbia fitta che nascondeva il mondo dalla vista della gente. Si rintanavano in casa e stavano lì, drammi umani soprattutto a Natale quando le feste passavano via silenziose senza luminarie e a capodanno non si sentiva neanche l’eco di un fuoco d’artificio. Era davvero una brutta storia e Ottavio faceva finta di niente, ma dentro se stesso covava rancore e rabbia repressa. Così venne il giorno della sua definitiva vendetta. Era un sabato sera di maggio, l’aria profumava di primavera, lui partì in bicicletta per uno spettacolo di magia all’oratorio del paese.
Aveva nell’animo l’idea di un capolavoro. Incontrò il prete che gli chiese di realizzare un programmino buono per adolescenti e famiglie. Ottavio acconsentì con il capo e salì sul palco: estrasse dal cilindro con un colpo da maestro, il velluto magico delle grandi occasioni. Intanto si diffuse una musica strana che nessuno aveva mai ascoltato prima. Che cosa stava succedendo? Non si seppe mai fino in fondo come andarono davvero le cose. Ma il fatto incredibile fu che il mago ricoprì se stesso col lenzuolo rosso fuoco e bardato di viola. In sala scese il silenzio e tutti aspettarono di rivedere Ottavio, ma d’un tratto il lenzuolo svanì verso terra come sgonfiato da un colpo di vento. Dentro non c’era più niente e nessuno. Di Ottavio s’erano perse le tracce. Era riuscito a farsi scomparire per sempre. Non ce la faceva più a vivere una vita così triste e sfortunata.

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