UN MONDO CHE CAMBIA.2, LA CRISI DEGLI STATI

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Non voglio addentrarmi in lunghe dissertazioni filosofiche su come e perché gli stati si sono formati nei secoli. Fin dagli antichi greci, per arrivare a Hobbes, Locke, Russeau, molti filosofi si sono cimentati in questa analisi. Di fatto possiamo solo dire che gli uomini hanno scoperto una delle più grandi forze che esiste sulla terra fin dagli albori della civiltà, ovvero la capacità di socializzare.

Prima in piccoli gruppi dedicati alla caccia per l’approvvigionamento di cibo poi in tribù più articolate, quindi in aggregazioni sempre più vaste. Man mano che le esigenze di sicurezza e procacciamento di risorse si ampliavano anche le aggregazioni sociali tra gli uomini si andavano espandendo. Nel Leviatano Hobbes espone la propria teoria della natura umana, della società e dello stato. Gli uomini, secondo il filosofo, hanno un comune interesse ad arrestare la “guerra di tutti contro tutti” e così formano delle società. Essi stipulano un contratto sociale (chiamato "Patto" da Hobbes) in cui limitano la propria libertà, accettando delle regole superiori che vengono fatte rispettare dal Leviatano-Capo dello stato. Per liberarsi dalla condizione primitiva in cui tutti competono con tutti (bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti) in una vita che è  nasty, brutish, and short (spiacevole, grezza, e breve), si deve costituire, per Hobbes, una società efficiente, che garantisca la sicurezza degli individui, condizione primaria per il perseguimento dei desideri personali. A questo scopo tutti gli individui rinunciano ai propri diritti naturali, stringendo tra loro un patto con cui li trasferiscono a una singola persona, che può essere o un monarca, oppure un'assemblea di uomini, che si assume il compito di garantire la pace entro e fuori la società. Ecco dunque che allo “stato”, comunque esso venga formato e gestito, viene attribuita una funzione utilitaristica tale per cui gli uomini si sottomettono alle sue leggi in cambio di pace, sicurezza, vantaggi. Insomma lo stato diventa una sorta di “contenitore” fornitore di servizi. Orbene, perché tutto questo preambolo, senza il quale sarebbe stato difficile sostanziare la tesi che andrò ad esprimere? Perché vorrei condividere con voi alcune idee in particolare parlando sulla realtà politica europea. Europa, infatti, un “contenitore” più grande, uno “stato” più grande, in grado, già adesso per molti aspetti e totalmente in futuro, nei desiderata dei politici, di offrire i medesimi “servizi”  che i singoli stati finora hanno fornito ai propri cittadini. E allora se cambia lo “scenario”, se gli stati singoli diventano “contenitori” del passato, se un “contenitore” più ampio è in grado di fornire gli stessi servizi dei singoli stati nazionali ecco allora che minoranze presenti in quegli stati trovano la forza di alzare la testa. Non più obbligate per convenienza a sottostare alle direttive del “loro” stato, trovando uno “stato superiore”, l’Europa, in grado di fornire gli stessi servizi ecco che “non ci stanno più” alle regole del loro singolo stato. Scozzesi, corsi, catalani, fiamminghi, valloni, serbi di Slovenia, baschi, slesi, etc., forse in futuro anche lombardo veneti: è tutto un fiorire di esigenze locali da tempo sopite di malavoglia in uno “stato contenitore” che ora non viene pian piano visto più come necessario. E allora chiediamoci: è questo un fatto negativo, questo proliferare di pulsioni locali, oppure nell’ambito di un “contenitore” più vasto (l’Europa, ma si pensi agli Stati uniti d’America, stato eminentemente federale, con ben 52 stati) non ci potrà essere una federazione più ampia di stati e staterelli europei, magari più omogenei al loro interno? Non è un caso che i dimostranti di Catalogna esponessero in molti questo cartello: “Aiutate la Catalogna, salvate l’Europa”.  Peccato che l’ “Europa degli stati” non capisca il suo nuovo ruolo!

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