UN GRIDO. POI IL SILENZIO. PER SEMPRE

08 Dicembre 2017
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Quel grido lacerò l’aria. Poi fu silenzio. Un silenzio assordante. Al centralino dei Carabinieri squillò il telefono. Il giovane militare stava ricevendo una denuncia di furto; una signora la cui bellezza giovanile non era del tutto sfiorita stava descrivendo l’episodio di cui era rimasta vittima poco prima: il furto della sua borsetta al supermercato mentre dal carrello stava raccogliendo la spesa.

Un giovanotto le era passato accanto velocemente ed era corso via portando con sé la borsetta della signora. Il carabiniere rispose. Dall’altro capo del telefono una voce concitata: ‘Venite a casa mia, in via Delle Frasche 28. Fate presto’. Non ebbe il tempo di chiedere le generalità dell’interlocutore; il telefono venne riattaccato. Mentre assicurava la signora sulle operazioni di ricerca del ladro che sarebbero scattate immediatamente un brutto presentimento assalì il centralinista. Era in servizio ormai da tre anni ed aveva visto diverse situazioni. Però quella telefonata, aperta e chiusa in quel modo; la voce troppo strana per essere normale; la sensazione come di un brivido che gli era passata nel corpo: tutto lasciava presagire in lui qualcosa di preoccupante. Salutò la signora e chiamò il comandante. Poche parole ed una volante partì immediatamente per via Delle Frasche 28. Venne allertato anche il Servizio Sanitario che a sua volta fece convogliare sul posto l’auto medica ed un’ambulanza. Le sirene dei tre mezzi si rincorrevano in quella calda mattina d’estate per le strade semideserte della piccola città. Chi non era al lavoro, possibilmente con l’aria condizionata accesa vista l’afa imperante, se ne stava chiuso in casa: bambini ed anziani in modo particolare, proprio come consigliavano le norme di prevenzione contro i colpi di calore. Il luogotenente comandante della stazione Carabinieri che guidava la pattuglia aveva colto tutta l’inquietudine del suo giovane sottoposto; alla radio lo aveva chiamato per sentire se fossero arrivate altre novità: nulla. Non restava che chiedere all’autista di muoversi velocemente per raggiungere il più in fretta possibile quella casa isolata, lontana circa 6 chilometri dalla caserma, dalla quale era partita quella chiamata. Anche i semafori quella mattina sembravano congiurare contro il tempo, seppur le sirene ed i lampeggianti accesi dei mezzi consentissero l’attraversamento anche con il rosso, un po’ di prudenza, con conseguente rallentamento delle vetture, era sempre necessario. Lasciate alle spalle le ultime case della periferia cittadina, carabinieri e sanitari si erano involati lungo via Delle Frasche sollevando nuvole di polvere. Ormai si intravvedeva la vecchia abitazione, al n° 28. Intorno il silenzio rotto solamente dal frinire delle cicale. E quell’unico suono stridulo aumentava l’ansia. Dalla telefonata ricevuta al centralino della stazione erano passati non più di 10 minuti. Quella era una città tranquilla dove mai si erano registrati eventi particolarmente gravi. Qualche furto, proprio come quello denunciato dalla signora; alcune liti tra vicini di campo confluite dal maresciallo, dal sindaco o dal prete e sempre concluse all’osteria davanti ad un buon bicchiere di vino. C’era stato una volta, così raccontavano i più anziani che ne avevano avuta notizia dai loro genitori, un tentativo di rapina in banca. Era appena finita la II^ guerra mondiale, il paese era più piccolo, economia prevalentemente agricola con qualche artigiano che iniziava nuove attività consigliate dalle mutate esigenze degli abitanti. Così che una banca di città aveva da poco aperto uno sportello con il funzionario-direttore responsabile e la cassiera. Una ragazza del posto da poco diplomata in ragioneria, felicissima di aver subito trovato un posto di lavoro ‘sicuro’. Poi, ma nessuno dei suoi ancora lo sapeva, c’era quel bel ragazzo che le faceva la corte. Ed a lei piaceva tantissimo. Non avevano ancora detto nulla alle rispettiva famiglie ma di tanto in tanto si vedevano e qualche innocente effusione l’avevano scambiata. Nella sua immaginazione lei pensava già a poterlo sposare, quel bel ragazzo, ed un posto di lavoro come quello garantiva stabilità. Lei poi era una delle poche donne a lavorare fuori casa, e ne andava molto orgogliosa. Quella mattina due ragazzi con il volto camuffato da un foulard erano entrati con il fucile in mano ed avevano preteso i soldi della cassa, peraltro pochissimi. Proprio in quel momento due carabinieri erano passati accanto a quella stanza trasformata in banca  ed avevano subito capito ciò che all’interno stava accadendo. Appostati fuori avevano intimato ai due rapinatori di abbassare le armi ed arrendersi, ciò che loro non intendevano fare. Partirono alcuni colpi d’arma, i due militari cercarono di non rispondere al fuoco ed urlarono di fermarsi. I colpi avevano raggiunto il soffitto e all’interno la paura era tantissima. Poi compresero che non sarebbero mai potuti scappare e così evitarono, a loro e magari anche ad altri, guai peggiori; misero a terra i fucili ed uscirono piangendo: avevano capito. Vennero arrestati e condotti in carcere. Quell’episodio era l’unico ricordo strano che la città aveva, peraltro fortunatamente senza che nessuno si fosse fatto male se non la reputazione dei due sciocchi rapinatori. Oggi però era tutto diverso. Le vetture di servizio si fermarono davanti alla casa, al n° 28. Il cane si mise ad abbaiare; probabilmente non aveva mai visto tante persone insieme. Quando i latrati smisero si udivano solo sospiri provenire dall’interno. C’era uno strano odore; odore di sangue. I tre carabinieri della pattuglia con il comandante in testa, seguiti da medico e barellieri si avvicinarono alla porta e la spalancarono. Le mani sulle pistole d’ordinanza, pronti nell’eventualità a difendersi. Ciò che si presentò fu terrificante. Il proprietario dell’abitazione, un uomo sulla sessantina, era seduto al tavolo; nelle mani un lungo coltello da cucina, li accanto il telefono. A terra, in una pozza di sangue, la moglie. ‘Sono stato io, disse, l’ho ammazzata perché mi voleva lasciare. Io però l’amo troppo e non posso immaginare che lei sia di un altro uomo. Non so se avesse una nuova relazione, ma col tempo magari si sarebbe potuta innamorare di un altro. Non lo potevo permettere’. Eravamo a fine giugno; un giugno particolarmente torrido, e quello era il trentanovesimo femminicidio che purtroppo veniva registrato in Italia. In Italia, un Paese cosiddetto ‘civile’ dove ogni 12 secondi veniva mediamente commesso un abuso, certo non tutti di questa gravità, contro le compagne (principalmente, nel 95% dei casi) o dei compagni della vita. Di coloro che si diceva di ‘amare’. Ma l’amore è altro. L’amore è lavorare per il bene della persona amata. Il docente e scrittore Alessandro D’Avenia nel suo ultimo libro centrato su un dialogo im-possibile con Giacomo Leopardi ‘L’arte di essere fragili’, conclude dicendo che ‘…solo uno è il metodo della faticosa ed entusiasmante arte di dare compimento a se stessi e alle cose fragili, per salvarle dalla morte: l’amore. Questo è il segreto per rinascere. Questa è l’arte di essere fragili’. L’uxoricida si lasciò arrestare senza opporre resistenza; del resto era stato lui a chiamare le forze dell’ordine. I sanitari non poterono che constatare la morte della signora e chiamare il medico legale; i carabinieri avvisarono i Ris per i rilievi del caso. Anche se c’era ben poco da capire: era tutto troppo, assolutamente e maledettamente chiaro. Tradotto in carcere quell’uomo non disse più nulla né manifestò pentimento. Tutto era stato compiuto e la ‘sua’ donna non sarebbe stata di nessun altro! Ecco: la ‘sua’ donna. Proprio qui è depositata la peggiore delle idee, la ‘donna è mia proprietà’ per cui nessuno me la può toccare e decido io su di lei. L’orrore aveva colpito inesorabilmente quella comunità che non sarebbe mai più stata come prima; una comunità che si pensava civile e mai credeva che uno dei suoi figli avrebbe potuto commettere una simile atrocità.

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